Parlo per me

04.07.2014

Puntuale come un treno svizzero è arrivata la risposta dei civili israeliani alla morte dei 3 ragazzi rapiti qualche settimana fa. Un giovane palestinese (si chiamava Muhammad Hussein Abu Khdeir  e non “giovane arabo” come si limita a dire la stampa italiana)  è stato ucciso in un atto di orribile vendetta.

Per quanto riguarda la magnitudine delle operazioni dell’esercito posso solo dire che mi sembra un uso sproporzionato della forza. Ovviamente non sono un’esperta di questioni militari, ma leggo qui e là, soprattutto B’Tselem972 e Active Stills e mi sembra che questa escalation di violenza promossa dallo Stato non possa portare nulla di buono.

Però parlo per me e confesso che la cosa che mi spaventa davvero è l’atmosfera tra i civili, israeliani e palestinesi: mi spaventa che i coloni siano sempre più violenti e armati, mi spaventa che i giovani palestinesi pensino che violenza e al terrorismo siano l’unico modo per far sentire la propria voce.

E non mi dite che non hanno altra scelta, perché la scelta di una protesta non violenta c’è sempre. È che tra i giovani di una popolazione sfinita e lasciata nell’ignoranza dai propri governanti, Hamas e le altre organizzazioni terroristiche trovano terreno fertile. Esattamente come le organizzazioni di estrema destra ebraiche trovano terreno fertile nelle colonie, che sono al centro di una grande querelle nazionale (cioè mica pensate che tutti gli israeliani le supportino e riconoscano?!). Il fatto che i giovani laici israeliani riescano a trovare modi per non arruolarsi – cosa che fino a qualche anno fa non esisteva proprio – mentre i coloni si arruolino tutti, anche gli studenti delle yeshiva, la dice davvero lunga.

Poi però a pagarne le conseguenze sono ragazzi come Mohammed o i bambini delle scuole di Sderot, città israeliana quasi giornalmente colpita da missili provenienti dalla Striscia di Gaza (scommetto che anche di questo non sapevate nulla in Italia), che durante l’ultima operazione sono stati ospitati dalla scuola di Matteo per mantenere un’impressione di calma e quotidiana normalità.

Ieri sera nel centro di Tel Aviv c’è stata una grande manifestazione promossa da Peace Now chiamata “Manifestazione del buonsenso” che aveva l’intenzione di riportare i toni della questione nella sfera del dialogo. Ci sono andate un sacco di persone, ma sulla stampa internazionale non ne ha parlato nessuno.

Ecco allora ve lo dico io: Israele non è solo violenza, estrema destra, esercito, slogan di odio per gli arabi. E in Palestina c’è anche un team di street racing al femminile. Nei territori occupati lavorano i rabbini che promuovo i diritti umani. A Yafo, città di fianco a Tel Aviv con popolazione prevalentemente araba, il mio amico Yair, nato nel kibbutz di mio marito, ha aperto una galleria d’arte che propone artisti palestinesi contemporanei.

Anche qui è possibile la normalità. Come facciamo per farla diventare la norma e non l’eccezione?

 

 

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