/*13.06.2010*/

Day 5 of 21•5•800Day 5 of 21•5•800

Binduwiles 21•5•800Dear friends, it is quite difficult for me to express myself properly in English, so the 21•5•800 serie will be written in Italian. I’ll add a short abstract and under the blog title you will find an automatic translator. If you are dying to know what I write about cause you think it will rock your socks off (yeah, right!) let me know and I will try to improve the automatic Google Translation. Thank you.
Day 5 in which I ponder upon what kind of friendships I want to build for me and my family

Oggi mi sono svegliata con un gran dolore alla schiena causato da una pugnalata che mi sono presa da amici.
In realtà, passato il primo momento di delusione profonda, ho pensato che non si trattava di una vera pugnalata, solo di un residuo di gestione delle relazioni da liceali e non da quasi quarantenni.
La cosa è talmente piccola e in fondo un po’ annunciata che non sarà il tema delle mie 800 parole. Però dalla riflessione sull’accaduto ho elaborato alcune considerazioni sull’amicizia.

Non sono una persona che ha molti amici, anzi. I motivi sono molti, ma originano tutti dalla gestione dei rapporti interpersonali che si creano in adolescenza. Quando ero ragazzina sembravo molto popolare. Non ero cool, alle feste belle non venivo invitata, però casa mia era sempre aperta ai miei cosiddetti amici e quindi la mia disponibilità era nota a molti. Che andavano e venivano a piacere.

Dopo il primo anno di università sono scappata da Torino alla volta di Israele prima e di Milano poi e quindi tutte le altre amicizie, che all’epoca sembravano totalizzanti e indissolubili, sono pian piano svanite. Certo anche per colpa mia.

Sì, perché a me non piace per niente “mantenere i contatti”.
Non mi piace usare il telefono, quindi non chiamo quasi mai per sapere come va. Quando lo faccio però sono sinceramente interessata ai casi altrui e partecipo con tutta me stessa alla conversazione.
Non mi piace usare Facebook per scrivere messaggini sulla bacheca dei miei amici. Nonostante io mi stia raccontando sul blog come non ho mai fatto prima, sono molto riservata quando si tratta di scrivere pubblicamente. Qui legge solo chi è interessato e davvero coinvolto, sui social network il messaggio appare su una bacheca condivisa da amici di amici e non mi pare bello.
Non sono carina per il gusto di essere carina: o meglio non lo sono più da circa un anno, cioè da quando la fattucchiera mi ha detto che dovevo smettere di indossare una maschera tutti i giorni per essere amichevole e spensierata di fronte agli altri. E questo sì che era un retaggio dei tempi del liceo: infatti visto che dovevo almeno sembrare di essere popolare, dovevo essere gentile, sorridente, accondiscendente e disponibile anche con chi poi mi chiamava solo in caso di necessità.

Dopo il primo soggiorno in Israele è stata molto dura tornare alla realtà italiana: in kibbutz, si crea un vero senso di comunità e appartenenza con i propri amici, che va molto oltre il “mantenere i contatti”.
Prima di tutto la distanza fisica è in sostanza eliminata dalle dimensioni del villaggio: dal momento poi che vige un sistema di assegnazione delle abitazioni in base all’età, sei sempre vicino ai tuoi coetanei.
Anche la distanza sociale è minima: chi lavora nel kibbutz cambia diversi ruoli lavorativi nel corso della vita, quindi prima o poi tutti si realizzano, all’interno di parametri che ci si dà. Per un kibbutznik realizzarsi non vuole dire diventare un avvocato affermato, un creativo alla moda, ma trovare l’equilibrio tra il proprio lavoro, la vita privata e la vita di comunità. Per me che sono sempre stata ambiziosa e workoholic è sempre stato difficile capire questa visione, ma invecchiando un po’ mi avvicino.
Il clima poi aiuta, non ci sono lunghi e piovosi inverni durante i quali ci si chiude in casa: il caldo, o comunque il non-freddo, favorisce la vita all’aperto, ed essendo il kibbutz una specie di Club Med con prati e campi a volontà, non è difficile immaginarsi come le occasioni conviviali siano numerose. Non ho bisogno di chiamare Amir e Hadas per andare a cena da loro, mi basta passare davanti a casa, vedere se ci sono e urlargli da fuori una cosa tipo “io ho la pita, voi avete un’insalata?”.

Da quando siamo rientrati in Italia, nel 2001, il mio più grande cruccio è come ricreare questo clima anche in una città fredda e diffidente come Torino.

Il problema principale è interno: siamo una famiglia di orsi! A noi ci piace proprio stare a casa nostra… ad esempio in questo momento io sono incollata al mio computer e Tamir è presissimo da una serie Tv: perché non siamo a fare una passeggiata come altre centinaia di torinesi in questa bella sera d’estate?
Evidentemente dobbiamo cambiare prima di tutto il nostro approccio: nonostante il nostro fortissimo desiderio di vedere gli amici, è improbabile che per qualche fortuita combinazione karmica li incontreremo sotto casa prima di cena… dobbiamo deciderci ad usare il telefono!
Dobbiamo essere più sfrontati: chiamare suddetti amici anche all’ultimo minuto per vedere se sono liberi anche solo per un caffè.
Abbiamo il dovere morale, in quanto genitori, di creare un gruppo di persone con le quali confrontarsi sull’educazione dei figli: Matteo non può continuare ad essere un bambino che al di fuori della scuola si relaziona principalmente con i suoi genitori o con altri adulti. Questa è la parte più difficile perché per il momento lui è proprio un figlio unico e non ha nessuna voglia di frequentare i suoi coetanei e meno ancora di condividere le proprie cose con altri. Urge cambiamento.

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” può e deve essere applicato alle cose frivole come le relazioni sociali.

Pratica Yoga del 12-06-2010: Savasana, Savasana e ancora Savasana!

4 comments to Day 5 of 21•5•800

  • ursula

    ciao franci!
    anche tu un’orsa clandestina. potrei quasi considerarti la mia anima gemella ;-) )
    visto il nome che mi hanno affibbiato, i miei genitori devono aver riconosciuto la mia indole sin dalla nascita.
    un abbraccio.

  • Ciao Francy,
    io la penso uguale quando vuoi passare suona se sono in casa apro!
    bacione!

  • @Ursula orsa… sai che ci capiamo vero? Però d’estate anche gli orsi escono dal letargo e quindi ci toccherà vederci :-)

    @Mirella passo solo se giuri che a casa tua ci sono sempre le zucchine bollite!!!

  • Orso Cosimo

    Franci,
    nonostante sia super-orso (e anche estremamente pigro: sono quattro anni che devo iniziare un blog e ho una serie infinita di lettere e mail iniziate e mai finite e spedite, un paio erno/sono/saranno per te), passerei volentieri sotto csa vostra (con o senza pita)… purtroppo non o dove abitate!

    Dovrei essere a Torino a partire dal 2 Luglio (il circo Togni mi raggiunge l’8 credo… troppo pigro per controllare). Ripartiamo il 23. Fammi sapere…

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